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Un amore di diaframma

Ebbene si, sono fissata con il diaframma; lo ascolto, lo libero, lo coccolo con belle passeggiate all’aria aperta e non smetto mai di parlarne durante le classi di yoga.

Parliamo sempre di respirazione in classe ed eseguiamo esercizi di rieducazione al respiro. Ma quale è la prima parte del corpo che ci viene in mente quando pensiamo al respiro?

Molto probabilmente i polmoni. Pensate che i polmoni in realtà sono la parte passiva della nostra respirazione, che avviene grazie a movimenti muscolari dati da diaframma, muscoli intercostali, muscoli toracici e addominali.

Ma la cosa affascinante è che il nostro diaframma è collegato con tantissime altre parti del nostro corpo: ha grossi fasci e fibre inseriti su L1 – L2 – L3 – L4, aderisce al pericardio, al peritoneo, all’esofago, è collegato a fegato, stomaco, milza e all’angolo sinistro del colon mediante legamenti, mentre posteriormente aderisce a pancreas, reni e surreni.

Ha una ricchissima vascolarizzazione ed è definito, insieme agli arti inferiori, la pompa del nostro sistema linfatico.

Ma non è tutto! In 24 ore il nostro diaframma muove una quantità di sangue 4 volte maggiore rispetto al cuore e le zone interessate sono l’addome, il bacino, le gambe.

Ecco perché il nostro diaframma è così importante! La sua mobilità ridotta si trascina davvero tanti disturbi collaterali. Prendete ad esempio il gonfiore alle gambe; se non ci sono problemi cardio vascolari, le gambe pesanti e gonfie sono dovute al diaframma che non si muove, ad una respirazione corta, di petto, ad un respiro bloccato.

Per una serie di connessioni, il diaframma regola la relazione tra l’esofago e lo stomaco e il suo irrigidimento crea disturbi gastrici, rende più difficile lo svuotamento dello stomaco, causando digestione lenta, bruciori, acidità e addome gonfio. Questo gonfiore preme sul diaframma e come conseguenza sul cuore, modificando il ritmo cardiaco, portando con sé palpitazioni e spesso ansia

Ma perché il nostro diaframma si muove così poco? Perché la maggior parte di noi soffre di una respirazione ridotta?

Pare che non usiamo nemmeno un sesto della nostra capacità respiratoria, mentre la nostra salute psico-fisica trarrebbe grandi benefici da una respirazione più libera.

Perché passiamo da una respirazione ampia e libera come quella del neonato ad una respirazione ridotta a tal punto da generare problemi di salute?

Il nostro diaframma è intimamente connesso con il nostro cervello, la nostra mente ed è il ponte fra conscio ed inconscio, rappresenta quindi quella linea sottile di passaggio delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti.

Viviamo immersi in una costante richiesta sociale di controllare le emozioni e questo ci fa indossare una vera e propria corazza; trasformiamo il nostro torace in un giubbotto antiproiettile per evitare di essere colpiti a tradimento. Limitando i movimenti del diaframma, limitiamo o annulliamo l’ascolto delle nostre emozioni.

Ecco perché a volte durante una classe di yoga può succedere di piangere.

Il movimento diaframmatico smuove le nostre emozioni, che sono energia in movimento, connesse alla nostra energia vitale. Tutte le pratiche fisiche dello yoga hanno questo obiettivo: liberare le energie bloccate e rimetterle a disposizione dell’intero organismo.

La respirazione – come la circolazione e la digestione – è una funzione fondamentale per la vita del nostro corpo e deve essere quindi sempre garantita; diversamente dalle altre funzioni vitali essenzialmente vegetative (cioè al di fuori della ns volontà) la respirazione può essere anche guidata volontariamente. Ed è per questo che ha un affascinante legame con la nostra mente e ci ricorda come ogni cosa al nostro interno non ha solo una funzione fisiologica, ma è anche intimamente connessa con aspetti più sottili.

Prendiamo ad esempio il polmone: fisiologicamente è connesso all’aria; sul piano sottile, energetico, è collegato all’elemento terra. E’ l’organo che di fatto alla nascita ci consegna alla terra. E’ attraverso il polmone che lasciamo il liquido amniotico per “incarnarci”.                                                                                                                            

Il polmone, l’aria segnano quindi il passaggio al nascere, a divenire parte di questo mondo terreno; per questo il polmone è l’organo del distacco, che segna il punto di passaggio dal prima della nascita al dopo, verso la vita terrena. Per questo è correlato alla tristezza e per le stesse motivazioni la tradizione orientale gli attribuisce le caratteristiche dell’elemento metallo: il metallo è figlio della terra, origina dalle sue viscere secondo un processo di separazione tra elementi preziosi ed elementi di scarto.

Quante analogie!

Il polmone non ha forse la funzione di separare ed eliminare? E’ l’organo che estrae la parte più pura dell’aria e la distribuisce a tutto il corpo.

Pensate inoltre al naso, la porta di accesso dell’aria ai polmoni. Il naso ci permette di distinguere, discernere, il cibo ad esempio, se fresco oppure no. Sul piano più sottile è “avere fiuto”” avere buon naso”, che sono sinonimi di saper scegliere, distinguere la cosa giusta per noi.

Il polmone è l’unico organo che dopo la nascita rimane connesso al Prana, alla nostra energia vitale.

Il suo colore è il bianco, che rappresenta un mondo in cui tutti i colori scompaiono.

 Ma torniamo alla pratica yoga!

Abbiamo parlato di respirazione ridotta, bloccata, come se la nostra cassa toracica fosse un giubbotto antiproiettile, per non fa entrare né uscire nulla. Un giubbotto che indossiamo per affrontare gli schemi che la società ci impone, il controllo delle emozioni, il controllo della situazione per non farci colpire. E più lo indossiamo più il nostro corpo fisico si contrae in modo cronico.

La pratica yoga, tra le altre cose, ci aiuta anche ad uscire da schemi ristretti in cui mettiamo il nostro corpo, il respiro, la mente.

Ed è per questo che quando iniziamo a praticare arriva lo sbadiglio!!

Lo sbadiglio è un gesto naturale e spontaneo che in qualche modo risistema il corpo e il respiro dopo un tempo più o meno lungo in cui li abbiamo costretti all’interno di schemi ridotti, come ad esempio posizioni sul lavoro o mentre si studia. Di solito si accompagna ad un gesto di stiramento del corpo, che allunga la colonna vertebrale e restituisce ampiezza al respiro. Quando entriamo in studio yoga, inoltre, arriviamo carichi di pensieri, stati emotivi, scarichi invece di energia.

Iniziare la pratica creando spazio e allungando la nostra colonna vertebrale ci aiuta ad abbassare la guardia e se mentre pratichiamo il risveglio del corpo arriva qualche sbadiglio, tanto meglio!

Liberiamo il respiro, rivitalizziamo la colonna e scarichiamo una parte di carica nervosa.

E se durante la pratica ci viene da ridere, ridiamo!

E se durante la pratica arriva lo sbadiglio, accogliamolo!